E io pedalo


«L’uso della bicicletta è stato fondamentale per l’emancipazione della donna più di qualunque altra cosa al mondo» SUSAN B. ANTHONY, 1896

 

E IO PEDALO. DONNE CHE HANNO VOLUTO LA BICICLETTA

e io pedalo_web

con Irene Guadagnini e Eugenia Rofi / Donatella Allegro
drammaturgia e regia di Donatella Allegro
oggetti di scena di Enrico Medici e Valentina Mirenda
Effettica Associazione culturale
in collaborazione con FIAB Modena
grafica: Mirella Rotolo
un grazie particolare a Edith Bendicente

Entra in scena una giovane donna, si guarda intorno, ha fretta. Le donne hanno quasi sempre fretta. Porta con sé diverse borse ma, soprattutto, regge la ruota di una bicicletta: ha forato e spera di trovare, magari nel pubblico, qualcuno che le dia una mano. La ragazza ama la sua cavalcatura, le parla, la sgrida: perché si fa sempre male proprio al momento meno opportuno?
Ma ecco un’altra donna, che avanza ciclomunita. Le darà una mano a riparare la camera d’aria? Forse le presterà addirittura il suo mezzo? Forse sì. Ma quella che vediamo è una figura quasi clownesca e la sua è una “bici contastorie”: potrà conquistarla – e così tornare a casa – solo superando un gioco-racconto. Le due cicliste allora ricostruiranno, attraverso un appassionante Giro delle italiane in bicicletta, la storia di alcune donne che hanno trovato la loro libertà pedalando; perché la bici è qualcosa di più di un mezzo di trasporto ecologico, e neppure basta parlarne come di uno sport. Come ha scritto Marc Augé:

La bicicletta è mitica, epica ed utopica. Ci si può dedicare a lei solo stando ben attenti al presente, non fosse altro che per i rischi del traffico; eppure, anche, è al centro di racconti che richiamano in vita la storia individuale insieme ai miti condivisi dalla collettività; sono due forme di passato solidali, capaci di conferire un accento epico ai ricordi personali più modesti.

Le vicende rievocate dalle attrici sono altrettante, simboliche tappe della conquista della libertà delle donne: Alfonsina Strana, che nel 1924 corse al Giro d’Italia insieme agli uomini conquistando, una volta per tutte, il diritto a stare in sella; le donne che hanno fatto la Resistenza, che pedalando hanno compiuto azioni storiche e spesso eroiche, rivendicando un protagonismo politico; Antonella Bellutti, atleta olimpionica per cui la bici è stata professionismo eccellente e consapevole; fino ad arrivare a una storia esemplare dei giorni nostri: quella delle donne migranti che imparano ad andare in bicicletta grazie all’aiuto di associazioni come la FIAB e la Casa delle Donne Migranti di Modena.

 

Note di regia

Ancora oggi, in molti paesi del mondo le donne non possono andare in bicicletta.
Ci siamo chieste perché e ci siamo risposte che la bici è simbolo e insieme strumento concreto di libertà e liberazione: è un mezzo poco controllabile (e quindi sottilmente eversivo), è un prolungamento del corpo (e dunque potenzialmente scandalosa), è economica (e dunque troppo democratica).
Sono molte le storie che ci ricordano che anche in Europa la conquista delle due ruote non è stata facile. Abbiamo deciso di raccontarne qualcuna (Alfonsina Strada, Antonella Bellutti…), ma gli esempi potrebbero essere moltiplicati.

Foto di Enrico Medici (22 giugno)

Foto di Enrico Medici (22 giugno)

Amina, una delle donne migranti intervistata per scrivere lo spettacolo, racconta: «Quando ero piccola, in Marocco, qualche volta rubavo la bici di mio fratello e provavo a fare dei piccoli giri, ma stavo attenta che non mi vedesse mio padre. Ho imparato ad andare veramente in bicicletta a Modena, grazie alla Casa delle Donne Migranti e ai volontari della FIAB di Modena. Sono caduta, sono stata una settimana in ospedale ma sono tornata in strada, e ogni volta che comincio a pedalare mi sento libera. Una volta, al parco, mi sono seduta vicino a due anziane signore. Una di loro raccontava all’altra che purtroppo non aveva mai imparato ad andare in bicicletta, perché al suo paese, quando era giovane, era considerato scandaloso. Le ho detto: come me, come al mio paese! Ero contenta di scoprire che anche qui c’erano donne con la mia stessa storia. Adesso insegno alle altre donne a prendere fiducia e guidare la bicicletta, così possono andare da sole al lavoro. A volte, per strada, fermo donne arabe che non conosco e dico loro: “Ciao, sai andare in bicicletta? Sai che si può imparare?”»

 

Crediamo che raccontare storie come quelle delle nostre cicliste coraggiose abbia un grande valore: «il futuro», come scrive sempre Augé, «si nutre di una consapevolezza chiara del passato».

Trailer dello spettacolo